Un lungo viaggio attraverso le antiche civiltà e la perduta sapienza è racchiuso nella pagine di questo volume, opera principe dell’ex-monaco cistercense il cui pensiero confluirà, più o meno riconoscibile e mescolato ad altri, nell’orientamento eugenetico nazionalsocialista.
Brossura, 21 x 30 cm. pag. 184 con circa 43 illustrazioni b/n
Tra i titoli del faraone Amenofi IV, passato alla storia come Akhenaton, uno è venuto ad aggiungersi con prepotenza negli ultimi anni: l'”eretico”. Ed è l’origine etimologica di “eresia” – dal verbo greco che significa afferrare, scegliere, eleggere – che gli conferisce piena giustificazione: il giovane faraone afferrò dall’osservazione del Sole l’equivalenza di materia ed energia, scelse Aton come divinità immanente e universale e lo elesse, quindi, a fondamento della propria peculiare religione. “Un figlio di Dio. La vita e la filosofia di Akhenaton, re d’Egitto” si potrebbe definire un componimento circolare in quattro atti. Nel primo, Savitri Devi crea, sulla base di congetture, il climax attraverso il quale il faraone giunse alla realizzazione del concetto di Unità tra il visibile e l’invisibile. Nel secondo e nel terzo: documentando la trasposizione di questa Unità in un Insegnamento religioso e, poi, le sue conseguenze ultime. E, infine, l’autrice chiude il libro ipotizzando una lettura metastorica e un’applicazione moderna dei fondamenti della “Religione del Disco”. Edizione integrale.
Pubblicato nel 1934, questo studio propone un’interpretazione alternativa della Bhagavadgītā, ponendola in una luce differente rispetto alle tradizionali esegesi filologiche e dottrinali. Hauer si distacca dall’immagine unilaterale dell’India come terra di pura speculazione metafisica e passività ascetica, restituendo invece una concezione dinamica e combattiva della saggezza indoariana. Analizzando il tragico conflitto del guerriero Arjuna, chiamato a combattere contro il proprio stesso sangue, l’autore individua nella Bhagavadgītā una riflessione universale sulla natura del dovere e della responsabilità morale, mostrando come la lotta non sia solo un destino imposto, ma una via per il superamento della condizione umana e l’accesso a una dimensione superiore dell’essere. L’opera esplora inoltre la profonda relazione tra il pensiero vedico e la tradizione indoeuropea, mettendo in evidenza l’equilibrio tra azione e interiorità che caratterizza la concezione indoariana del mondo. Attraverso una lettura attenta del testo sacro, Hauer offre un’interpretazione in cui l’azione non è vista come una semplice necessità pratica, ma come un principio fondamentale dell’ordine cosmico, in cui il sacrificio e la dedizione alla propria funzione nel mondo rappresentano il più alto compimento dell’essere umano. Con il suo approccio rigoroso, ma altresì originale, Una metafisica indoariana di lotta e di azione si configura come un contributo significativo agli studi sulla Bhagavadgītā e sulla spiritualità indoariana, ponendosi come un’opera di riferimento per chiunque desideri approfondire il rapporto tra filosofia, religione e concezione dell’azione nella tradizione vedica e non solo.
Secondo volume della collana Alpha dedicata alla conoscenza di base di simboli, miti e storia, Vom Hakenkreuz rappresenta uno studio snello ed essenziale riguardante questo simbolo fondamentale. Rispetto alla prima edizione – uscita nel 1921 – quella qui proposta in italiano, pubblicata nel 1934 a Lipsia, risente dell’ascesa al potere del Nazionalsocialismo anche nella parte destinata all’analisi sull’origine del simbolo, scostandosi dalla neutralità dello studio “Svastica”.
Brossura, 15 x 21 cm. pag. 118 con circa 30 foto b/n e 400 disegni
Il primissimo contatto che la Wehrmacht ebbe con la guerriglia fu a causa dei Francs-Tireurs et Partisans (FTP) – subito dopo la firma del secondo armistizio di Compiègne del 22 giugno 1940 – e, successivamente, con intensità differente a seconda della mentalità delle popolazioni, nei Paesi che uno dopo l’altro caddero con l’avanzare delle truppe tedesche. Ma fu con la campagna di Russia che la guerra partigiana raggiunse la massima intensità e il termine guerriglia entrò quindi nel lessico non solo delle forze armate ma anche dell’opinione pubblica tutta. Tale guerriglia rappresentò per alcuni anni un lungo e doloroso processo di apprendimento, finché si giunse a un capovolgimento dei ruoli. Così, già a metà del 1944, ebbero inizio i preparativi per la costituzione dei Werwölfe. Il risultato degli sforzi di controbattere a una guerra che diveniva sempre meno convenzionale fu la pubblicazione, nel gennaio 1945, di un manuale intitolato Werwolf – Winke für Jagdeinheiten. Un libro scritto evidentemente da esperti militari che lascia poco spazio all’ideologia, soffermandosi invero su ciò che era necessario: istruire delle efficienti unità di guerriglia.
Tutto quanto il territorio culturale europeo è disseminato di castelli, di cittadelle, di piazzeforti, di fortezze, come altrettanti segni di un determinato stato d’animo. Nelle leggende, i castelli sono i centri di un percorso iniziatico, di una battaglia metafisica. Nella vita, sono delle affermazioni di cultura, di potere, dei luoghi di difesa. In entrambi i casi, essi caratterizzano un particolare genere di uomini: un’aristocrazia guerriera, esigente, che ama mettersi alla prova nelle grandi o nelle piccole guerre sante. Quando visitò Wewelsburg per la prima volta nel 1933, Heinrich Himmler, capo della SS, fece un sogno singolare: unire queste due visioni in ciò che sarebbe diventato la mecca del suo futuro Ordine militare europeo. Da allora, e per quasi dieci anni, il castello fu restaurato, ripensato, trasformato. Sarà al contempo un luogo di ritiro, di comando, di ricerca culturale e un centro di riflessione identitaria. Si affermerà quale microcosmo di una prodigiosa proiezione metapolitica permeata di maestosità, di mistero e di tremenda ombra.
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